I gruppi sanguigni
Il sistema AB0 (zero)
L’insuccesso delle trasfusioni di sangue tra esseri umani registrato
nei secoli scorsi non è imputabile unicamente alle precarie
condizioni igieniche del tempo, ma soprattutto al fatto che si
ignorava l’esistenza dei sistemi di gruppi sanguigni. Infatti, c’è
sangue e sangue, e il tipo tollerato da una persona può nuocere ad
un’altra. Il gruppo sanguigno del donatore deve quindi essere
compatibile con quello del ricevente, elemento questo di particolare
importanza soprattutto in caso di trasfusioni di globuli rossi.
I gruppi sanguigni furono scoperti da Karl Landsteiner che,
analizzando il sangue prelevato dai suoi collaboratori, osservò che
il siero di una persona (ossia il liquido giallo che viene prodotto
dopo la coagulazione di sangue prelevato) fa sempre agglutinare i
globuli rossi di determinante altre persone.
In base alle caratteristiche ereditate dai genitori, sulla
superficie dei globuli rossi sono presenti determinate strutture,
gli antigeni, che ne rendono possibile il riconoscimento. Il sistema
immunitario di un organismo non reagisce ai propri antigeni, mentre
contro altri esso produce anticorpi già durante i primi sei mesi di
via. In occasione di determinate analisi di laboratorio, come ad
esempio quella per definire il gruppo sanguigno, questi anticorpi si
combinano con i globuli rossi, sulla cui superficie sono presenti
gli antigeni “sbagliati”, ossia estranei al corpo, causandone
l’agglutinazione.
La presenza risp. l’assenza dei due antigeni A e B nella maggior
parte delle cellule del corpo caratterizzano i quattro gruppi
sanguigni A, B AB e 0 (zero). L’origine del termine “gruppi
sanguigni” è dovuto al fatto che queste caratteristiche sono state
scoperte nei globuli del sangue. Inoltre nel siero circolano
anticorpi naturali contro gli antigeni mancanti (v. tabella)

Se durante una trasfusione entrano in contatto antigeni e anticorpi incompatibili, il ricevente ne risente. Ne conseguono ad esempio febbre, brividi, eruzioni cutanee, mal di schiena e, a volte, persino una caduta di pressione. Per evitare questi spiacevoli inconvenienti, prima di ogni trasfusione viene quindi eseguito un “test di compatibilità” tra i globuli rossi del donatore e il siero del ricevente.
Il fattore Rhesus
Con il termine “fattore Rhesus” si definisce un antigene ereditario, scoperto da Karl Landsteiner nella scimmia Rhesus nel 1940. Questo antigene, chiamato antigene Rhesus D, si trova anche sui globuli rossi dell’uomo (eritrociti). Circa l’85% degli Europei lo possiedono, e sono quindi Rh-positivi. I restanti 15%, invece, ne sono privi, e sono quindi Rh-negativi. Prima di effettuare una trasfusione bisogna quindi assicurarsi che a un ricevente Rh-negativo non venga iniettato il sangue di un donatore Rh-positivo. Il ricevente, che non dispone dell’antigene D, produrrebbe infatti degli anticorpi che potrebbero causare una pericolosa reazione nel caso di un’ulteriore trasfusione da un donatore Rh-positivo. Come per il gruppo sanguigno, il fattore Rhesus del donatore e quello del ricevente devono dunque essere compatibili.
Il sistema HLA
Oggi sappiamo anche che non sono solo le cellule sanguigne a possedere i propri antigeni, ma anche i diversi tessuti del corpo. E’ questa la ragione per cui, dopo un trapianto, il copro cerca di rigettare l’organo estraneo. Questa reazione di rigetto nei confronti di corpi estranei è prodotta dal sistema HLA (antigenico leucocitario umano), un complicato sistema di regolazione del corpo che si trova in rapporto diretto con i globuli bianchi. Tale sistema partecipa inoltre al processo di difesa immunitaria ed è presente sui leucociti e nei tessuti. Anche questo sistema differisce da persona a persona, il che significa che dal punto di vista genetico ognuno possiede una costellazione HLA diversa.
Per quanto riguarda le trasfusioni, il sistema HLA si rivela di fondamentale importanza quando il ricevente viene sottoposto sovente a delle trasfusioni oppure se gli vengono somministrati prodotti sanguigni contenenti leucociti. In questo caso, il suo corpo inizia infatti a produrre gli anticorpi per difendersi dagli antigeni HLA estranei. E visto che gli antigeni HLA sono presenti sui trombociti perdono la loro efficacia. Per questo motivo, quando si prevede un lungo periodo di cura (ad esempio nel caso dei malati di cancro), oggi ci si accerta sempre che la costellazione HLA del donatore sia compatibile con quella del ricevente.
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